Tra i dolci più amati del Natale calabrese, la pitta n’chiusa occupa un posto speciale. Non è solo una preparazione tradizionale, ma un vero racconto gastronomico che attraversa territori, famiglie e dialetti. Le sue origini risalgono alla cultura contadina, quando la semplicità degli ingredienti si trasformava, nelle feste, in ricchezza di sapori. Farina, olio extravergine d’oliva, frutta secca e miele erano elementi preziosi, custoditi e utilizzati con attenzione, soprattutto nel periodo natalizio. I protagonisti dell’ultima puntata di “Fiuri e sapuri” spiegano come si prepara e l’importanza di questo dolce simbolo.
Ingredienti e impasto
La base è un impasto povero, senza uova, preparato con farina, lievito madre, olio e vino bianco (o acqua tiepida nelle versioni più essenziali) lavorato fino a ottenere una consistenza elastica. Dopo un breve riposo, l’impasto viene steso molto sottilmente, quasi a velo; un passaggio fondamentale che richiede esperienza e manualità, tramandate di generazione in generazione.
Il ripieno e la forma
La sfoglia viene spennellata con miele tiepido e arricchita con noci tritate, uvetta, zucchero, cannella e scorze di agrumi. Una volta arrotolata, viene disposta nella teglia formando una spirale (una rosellina) compatta. Proprio questo gesto da origine, in alcune aree della Calabria – soprattutto nel Reggino – al nome pitta m’pigliata, dal verbo dialettale “mpigliare”, che significa avvolgere.
Cottura e finitura
La cottura avviene in forno a 180°C per circa 35-40 minuti, fino a quando la superficie risulta dorata. A caldo, la pitta viene completata con altro miele o vincotto, che ne intensifica il profumo e ne garantisce una lunga conservazione.
La pitta n’chiusa è un dolce che non nasce per essere consumato in fretta. Si prepara in anticipo, si taglia a spicchi e si condivide. È il simbolo di un Natale lento, domestico, profondamente calabrese.







